Le Sezioni Unite Penali della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 51515 del 27 febbraio 2018, hanno evidenziato che l’appello proposto dalla società indagata avverso una misura cautelare interdittiva, applicata ex D. Lgs. n. 231/2001, che nelle more sia stata revocata a seguito delle condotte riparatorie poste in essere dalla società indagata ai sensi dell’art. 17 del medesimo decreto, non può essere dichiarato inammissibile de plano secondo la procedura prevista dall’art. 127, comma 9, c.p.p. ma, considerando che la revoca può implicare valutazioni di ordine discrezionale e che la circostanza suindicata non determina automaticamente la sopravvenuta carenza di interesse all’impugnazione, deve essere deciso nell’udienza camerale e nel contraddittorio delle parti, previamente avvisate. Nel caso di specie, l’interesse della società era quello di conseguire, nel caso di riconoscimento del difetto dei presupposti genetici della misura, la restituzione della cauzione versata al momento della sospensione della misura cautelare di poi revocata, del risarcimento del danno e del profitto del reato messo a disposizione ai sensi dell’art. 17, comma 1, lett. a) e c) del D. Lgs. n. 231/2001.

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